QUANDO L’INNOVAZIONE INCONTRA L’AMBIENTE La nuova sfida della reputazione
A cura di
Niccolò Quattrini

Nicolò Quattrini
Innovation, Reputation & Communication Expert
Negli ultimi anni mi è capitato spesso di osservare come il concetto di innovazione venga associato quasi automaticamente alla tecnologia.
È comprensibile. Parliamo di intelligenza artificiale, piattaforme digitali, dati, automazione, nuovi strumenti e nuovi modelli organizzativi. Ma credo che ci sia un aspetto dell’innovazione che rischiamo di trascurare: quello che succede quando una tecnologia esce dal suo contesto tecnico ed entra concretamente nella vita delle persone.
È in quel momento che, secondo me, si misura davvero il suo valore. Una tecnologia può essere sofisticata, ma se non migliora un processo, non rende un servizio più semplice o non produce un beneficio riconoscibile, difficilmente potrà essere considerata innovazione nel senso più ampio del termine.
Ed è proprio da questa considerazione che sono arrivato a guardare con particolare interesse al rapporto tra innovazione e ambiente.

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Quando si parla di transizione ecologica, infatti, il ragionamento si concentra spesso sui risultati: ridurre gli sprechi, utilizzare meglio le risorse, diminuire gli impatti, rendere più efficienti i processi.
Sono obiettivi fondamentali. Ma c’è una domanda che ritengo altrettanto importante: quanto siamo capaci di rendere comprensibile quello che stiamo facendo?
Non è una questione soltanto comunicativa. È una questione di fiducia.
L’Unione Europea parla da tempo di quella che viene definita “twin transition”, la doppia transizione verde e digitale. Il concetto mette in relazione due trasformazioni che per molto tempo sono state raccontate separatamente e che oggi, invece, si influenzano reciprocamente.
La stessa Commissione europea ha evidenziato come le tecnologie digitali possano contribuire al monitoraggio

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ambientale, all’efficienza delle risorse e alla riduzione degli impatti, ricordando però che anche la digitalizzazione ha un proprio peso ambientale e deve quindi essere accompagnata da attenzione all’efficienza e alla sostenibilità.
Ma c’è un altro elemento che considero particolarmente significativo. La sostenibilità, in Europa, non è più soltanto un tema di sensibilità o di responsabilità volontaria. È entrata sempre più chiaramente anche nel campo delle regole.
La normativa europea sul clima ha fissato l’obiettivo vincolante della neutralità climatica entro il 2050 e, nella sua formulazione attuale, anche un obiettivo per il 2040. Questo cambia anche il modo in cui dovremmo guardare alla comunicazione ambientale.
Quando un tema entra stabilmente nel perimetro delle politiche pubbliche e della normativa, non è più sufficiente parlarne in termini generici. Diventa necessario misurare, documentare, rendere disponibili le informazioni e, soprattutto, permettere alle persone di comprenderle. Ed è interessante notare che questo principio non è affatto nuovo.
La Direttiva europea 2003/4/CE sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale stabilisce infatti il diritto di accedere alle informazioni ambientali detenute dalle autorità pubbliche e sottolinea l’importanza che tali informazioni siano comprensibili, precise e confrontabili.
La stessa normativa richiama inoltre il ruolo delle tecnologie dell’informazione nella diffusione di queste informazioni.
Per me questo è un passaggio molto importante. Perché significa che la trasparenza ambientale non dovrebbe essere considerata semplicemente come un adempimento. Può diventare uno strumento attraverso cui costruire consapevolezza e fiducia.
È una logica che ritroviamo anche nella Convenzione di Aarhus , che nel quadro europeo collega tre dimensioni molto concrete: accesso alle informazioni ambientali, partecipazione dei cittadini alle decisioni e accesso alla giustizia. La Commissione europea parla, non a caso, di una vera e propria dimensione di “democrazia ambientale”.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, ambiente, innovazione e reputazione iniziano a incontrarsi. Perché possiamo fare bene qualcosa senza riuscire a farlo percepire. Possiamo migliorare un servizio senza che le persone se ne accorgano.
Possiamo raccogliere una grande quantità di dati senza riuscire a trasformarli in informazioni realmente utili. E possiamo anche comunicare molto, senza necessariamente riuscire a costruire credibilità. È una dinamica che nel mio lavoro incontro continuamente.
La reputazione non coincide con quello che diciamo di noi stessi. È il risultato di ciò che gli altri riescono a conoscere, osservare e sperimentare nel tempo. Questo vale per un’impresa, per un professionista, per un’istituzione.
E vale anche per un territorio.
Pensiamo proprio ai servizi ambientali. La digitalizzazione può consentire di raccogliere informazioni, monitorare attività, ottimizzare processi, individuare inefficienze e mettere in relazione dati che prima erano difficili da leggere insieme.
Dal punto di vista tecnico è un cambiamento importante. Ma il cittadino, alla fine, non si pone necessariamente una domanda tecnica. Se ne pone una molto più semplice: “Il servizio funziona meglio?”
È qui che, secondo me, il dato assume un significato diverso. Un dato non è importante soltanto perché esiste. Diventa importante quando aiuta qualcuno a comprendere una situazione, a prendere una decisione o a verificare un risultato. E questo riguarda anche la sostenibilità.
Non basta dire che un processo è più efficiente o che un servizio è stato migliorato. Quando possibile, è importante poter spiegare perché, attraverso quali strumenti e con quali risultati.
La sostenibilità, quindi, non può essere soltanto dichiarata. Deve essere resa comprensibile. E, quando possibile, dimostrata.
Anche per questo considero interessante il percorso intrapreso dall’Unione Europea sul tema delle

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dichiarazioni ambientali e del contrasto al greenwashing. La direzione indicata dalla Commissione è quella di rendere le dichiarazioni ambientali più affidabili, verificabili e comparabili, così da permettere ai cittadini di distinguere meglio tra risultati concreti e semplici affermazioni.
È un principio che va oltre la singola normativa. È un principio di reputazione. Se affermo qualcosa sul mio impatto ambientale, devo essere nelle condizioni di spiegarlo. Se utilizzo un dato, devo poter chiarire da dove proviene. Se racconto un miglioramento, dovrei poter indicare in che modo è stato misurato.
In altre parole, la credibilità nasce sempre più dalla possibilità di verificare ciò che viene comunicato. Questo discorso diventa ancora più interessante se guardiamo ai territori.
Oggi la reputazione di una città o di un’area geografica non viene costruita soltanto da ciò che una persona vede quando arriva.
Comincia molto prima. Può nascere da una ricerca su internet, da una recensione, da un’esperienza raccontata da qualcun altro, da un dato pubblico, da una conversazione sui social network.
Una parte della reputazione di un territorio si forma quindi anche quando quel territorio non è fisicamente davanti a noi. Questo cambia inevitabilmente il modo in cui istituzioni e organizzazioni devono considerare la comunicazione.
Non significa costruire un’immagine artificiale. Significa cercare di fare in modo che ciò che viene realizzato sia anche conoscibile.
Perché quando esiste una grande distanza tra ciò che viene fatto e ciò che le persone riescono a percepire, quella distanza viene inevitabilmente riempita da interpretazioni, esperienze personali e informazioni spesso frammentarie.

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Ed è proprio lì che può nascere un problema reputazionale. Anche l’intelligenza artificiale, naturalmente, si inserisce in questo percorso.
La possibilità di analizzare grandi quantità di informazioni, individuare correlazioni e supportare alcuni processi decisionali apre prospettive importanti anche in campo ambientale.
Ma non credo che la tecnologia debba diventare il punto di arrivo del ragionamento. Al contrario, dovrebbe essere il punto di partenza per una domanda ancora più semplice: quale problema stiamo cercando di risolvere?
Perché innovare non significa necessariamente utilizzare una tecnologia più avanzata. Significa utilizzare lo strumento giusto per ottenere un risultato migliore. E questo vale anche quando parliamo di sostenibilità digitale.
La tecnologia, infatti, non è priva di impatto. Infrastrutture, dispositivi, reti e sistemi di elaborazione richiedono energia e risorse. Per questo motivo credo che l’innovazione debba essere valutata anche per il valore che riesce a produrre rispetto alle risorse che utilizza.
È un principio molto semplice, ma secondo me fondamentale. Non dovremmo chiederci soltanto quanto una soluzione sia innovativa. Dovremmo chiederci anche che cosa migliora, per chi lo migliora e come possiamo dimostrarlo.
Ed è a questo punto che ritorna la reputazione. Nel mio lavoro la considero sempre meno come qualcosa che arriva alla fine di un progetto. La reputazione non è il comunicato che accompagna una nuova tecnologia. Non è soltanto il modo in cui raccontiamo un risultato. È ciò che rimane nella percezione delle persone dopo che hanno incontrato quel risultato. Per questo considero la reputazione una sorta di infrastruttura immateriale dell’innovazione.
Una tecnologia può funzionare perfettamente, ma se non viene compresa può generare diffidenza. Un servizio può essere migliorato, ma se nessuno riesce a percepirne il cambiamento, una parte del suo valore rimane invisibile.
Un’organizzazione può ottenere risultati importanti, ma se non riesce a renderli conoscibili lascia inevitabilmente spazio ad altre interpretazioni.
È qui che comunicazione e innovazione si incontrano. Non per costruire una narrazione artificiale, ma per dare alle persone gli strumenti necessari per capire.
E credo che questo sia particolarmente importante quando parliamo di ambiente. La transizione ecologica richiede infatti comportamenti, collaborazione e partecipazione. Non può essere soltanto un processo tecnico.
Ha bisogno di persone che comprendano il perché delle trasformazioni e che possano riconoscere i risultati. In fondo, il percorso è abbastanza semplice. L’innovazione produce nuovi strumenti. Gli strumenti producono dati. I dati, se ben governati, possono produrre informazioni. Le informazioni, se comunicate con chiarezza, possono generare comprensione. E la comprensione è una delle condizioni attraverso cui può costruirsi la fiducia.
È per questo che penso che ambiente, innovazione e reputazione siano oggi molto più vicini di quanto possa sembrare. La sostenibilità del futuro non sarà soltanto una questione di tecnologie più efficienti o di processi più rispettosi dell’ambiente.
Sarà anche una questione di capacità di misurare, spiegare e rendere credibile ciò che stiamo facendo. Perché alla fine non basta innovare.
Bisogna fare in modo che l’innovazione produca valore reale e che quel valore possa essere riconosciuto. Ed è forse proprio questa, oggi, la nuova sfida della reputazione.
Quando l’innovazione incontra l’ambiente, non cambia soltanto il modo in cui lavoriamo. Cambia anche il modo in cui veniamo percepiti.


